“Tanta gente qui dentro non ha una vita mentre tu la vita fuori ce l’hai, eccome!”
Parte da questa frase detta dalla mia amica Paola.
Quando ero incinta ero convinta di una cosa: avrei continuato a lavorare più o meno come prima.
Magari con qualche aggiustamento, qualche notte in meno di sonno, un po’ più di organizzazione. In fondo ho sempre lavorato tanto, gestito mille cose contemporaneamente e trovato soluzioni ai problemi. Pensavo che sarebbe bastato applicare lo stesso metodo.
Invece no.
Ci ho messo un po’ ad ammetterlo. Dopotutto ci ero già riuscita una volta con il primo perchè dovrei non riuscire a lavorare bene anche con lei?
Il problema è che il tempo e le energie sono diventati risorse molto più preziose e limitate di quanto immaginassi.
E ogni volta che provo a incastrare tutto come facevo prima, il risultato è che qualcosa resta indietro: il lavoro, la famiglia, i genitori o semplicemente me stessa.
Una decisione necessaria
Per questo ho preso una decisione che rimandavo da mesi.
Ho sospeso la consulenza Premium e ridotto al minimo le consulenze disponibili.
Non è una strategia di marketing. Non è una falsa scarsità di quelle tipo “sold out” quando in realtà non se le fila nessuno, anzi voi ci sareste eccome! Non è uno di quei messaggi studiati per creare attesa. È semplicemente la realtà.
Ho provato a farlo e non ci sono riuscita. In questo momento non riesco a seguire quel tipo di servizio con l’attenzione e la qualità che vorrei garantire a chi mi sceglie.
E siccome una delle poche cose che mi interessa davvero conservare è la fiducia delle persone che mi seguono, preferisco fermarmi, riflettere e capire come ripartire in modo sensato.
L’obiettivo è arrivare a settembre con idee più chiare e una proposta che abbia senso sia per voi che per me.
Perché continuare a fare qualcosa solo perché si è sempre fatto così non è necessariamente una buona idea.
In più Instagram mi sta diventando stretto e non parlo solo dell’algoritmo, della copertura dei post o delle visualizzazioni.
Dicono tanto dell’impatto che gli influencer hanno sulle persone ma la cosa assurda è che io su Instagram vedo gli influencer terrorizzati dal comunicare perchè hanno paura del pubblico.
A partire dai divulgatori scientifici che si lamentano che non vendono i loro libri o dicono che è colpa dell’algoritmo o degli ignoranti, pretendendo di essere diversi da quelli che tanto schifano, ovvero chi vende le proprie pentole o i propri trucchi o le pellicole per i telefoni cellulari.
Spoiler: se state qui sopra non è per il fantomatico bene dell’umanità, state lavorando pure voi per guadagnarci, anche solo in minima parte.
E poi in quanto “influencer” sembriamo tutti delle scimmie ammaestrate.
Sempre presenti.Sempre interessanti.Sempre disponibili.
Anche quando magari non ne hanno voglia perchè: “oddio sennò l’algoritmo non mi fa piu vedere e quindi perdo followers e visualizzazioni e poi l’azienda che mi paga per quella adv non mi rinnova il contratto.
Tutto deve essere bello, perfetto, armonioso, coinvolgente. Politicamente corretto, sempre tutti col terrore di offendere qualcuno anche solo scrivendo in italiano corretto o facendo una citazione colta.
Tutto deve essere appiattito, ottimizzato per essere compreso anche da chi non ha gli strumenti cognitivi e culturali perchè possa essere visto, condiviso, premiato con l’acquisto.
Le case sembrano sempre ordinate. Le persone sempre sorridenti. Le vite sempre interessanti, anche quelle di chi fa l’alternativo che poi alternativo non lo è mai.
Sono anche arrivata a pensare che chi passa molto tempo sui social, influencer soprattutto, in realtà non abbia molti amici o molta vita al di fuori di quella che mostra o abbia magari una fissa per gli elenchi. Dovessi riprendere o elencare tutte le cose che faccio o le persone che vedo durante una giornata credo non finirei più.
Io non avevo iniziato Caricovariabile per questo.
Non avevo aperto il blog e i social per raccontare ogni dettaglio della mia giornata o per trasformare la mia vita privata in un contenuto. Condividevo delle cose personali che mi piacevano o che pensavo senza pensare a quanta gente le avrebbe viste e contenuti che pensavo potessero esser utili per pubblicizzare il mio servizio.
Avevo iniziato perché mi piaceva aiutare le persone a orientarsi in un mondo complicato come quello degli elettrodomestici.
Mi piaceva spiegare.
Mi piaceva rispondere alle domande.
Mi piaceva far risparmiare soldi, errori e arrabbiature.
Tutto qui.
E forse proprio la nascita di mia figlia mi sta costringendo a tornare all’essenziale. A chiedermi che cosa voglio tenere e che cosa posso lasciare andare.
Quali attività hanno ancora senso. Quali no.
Quali parti di me desidero condividere.E quali invece voglio proteggere.
Non ho ancora una risposta definitiva.
Per una volta non posso nemmeno dirvi quale sia la scelta giusta. Posso solo dirvi che sono in una fase di riflessione e che alcune cose cambieranno.
Sto cercando un modo di stare sui social più sostenibile per me, più dignitoso e meno da “scimmia ammestrata”
E che, nonostante tutti i dubbi, resta intatta una certezza. Non mi interessa diventare un personaggio. Mi interessa continuare a essere utile.
Anche se questo significa rallentare.
Anche se questo significa andare controcorrente.
Anche se questo significa ammettere, semplicemente, che oggi non riesco più a fare tutto quello che facevo prima.
E forse non devo nemmeno provarci.

